Sudamerica… The Dream

Il Sogno, sì il proprio sogno nel cassetto. Chi di noi non ha un proprio sogno da realizzare, che rincorre per tutta la propria vita. Ed io finalmente l’ho realizzato.

Non sarà semplice raccontarvi e condensare nelle prossime righe 64 giorni passati in Sudamerica, con la propria moto (R 1100 GS classe 1997 con più di 280.000 km), e trasmettervi quello che ho provato e visto attraversando quattro nazioni (Perù, Bolivia, Cile ed Argentina), facendo 11 volte le dogane, percorrendo 16.000 km con più di 1.100 litri di benzina consumati. Ma ci provo.

Tutto inizia nel marzo del 2016, quando raccolgo un tam tam su internet per la composizione di un team per andare in Sudamerica nel gennaio/marzo 2017. All’inizio mi avvicino quasi per curiosità, ma nel giro di un mese decido ed entro a far parte di un gruppo di 4 moto. Non sto ad elencarvi tutta la serie di aspetti burocratici ed organizzativi da affrontare, ma posso dirvi che sono lunghi e complessi (una su tutte la spedizione della moto via container e ritorno). Ma con pazienza riusciamo nell’intento. Un capitolo a parte meriterebbe la preparazione della moto: capire il bagaglio da portare (tenda e il suo occorrente, pezzi di ricambio, abbigliamento ad hoc, gomme di scorta ecc.) nel viaggio lungo e insidioso. Ma arrivo anche a questo.
Inoltre organizzo con la mia compagna Cristina un rendez-vous, poiché per 18 giorni parteciperà all’impresa con me.
Passa il tempo, passano i preparativi, passano i pensieri, e il 7 gennaio arriva e con essa la partenza.

Volo Milano-Madrid-Lima

/I primi 5 giorni a Lima sono frenetici, poiché la consegna della moto e il suo sdoganamento mettono a dura prova i nervi. Burocrazia lenta e incredibile, ma alla fine in una buia notte apriamo il container e la mia Rossa è con me.
È il 13 gennaio e inizia l’avventura. Percorriamo la strada che ci porta alla prima tappa: le linee di Nazca. In moto, chiuso dentro il mio casco, mi guardo intorno e penso. Ci sono, osservo intorno a me un mondo che fin dall’inizio si presenta diverso nelle persone, nella lingua, nei paesaggi. Sì Alberto ci sei e non vi posso descrivere l’emozione di quel momento. Guardo la mia Rossa e penso: cara amica ti ho portato anche qui. Si è proprio un amore a due ruote, e mi auguro che si comporti bene.
Arriviamo alle famose linee di Nazca, e affascinato le ammiro sapendo che risalgono al 500 a.C. e rappresentano disegni di animali stilizzati.
Continuiamo e in 2 giorni arriviamo a Cusco, e qui durante il percorso iniziamo a fare i conti con le conseguenze dell’altitudine (abbondantemente sopra i 4.000): spossatezza, difficolta respiratorie, la moto che va in crisi con la carburazione, ma continuo.
Cusco è il campo base per andare a vedere un sito di fama mondiale: Machu Picchu.
Il giorno successivo con il trasporto attraverso un pulmino, un treno e un’ultima corriera, arrivo ad ammirare questo scenario, che mi commuove veramente. È il primo grosso impatto di qualcosa sempre visto nelle foto, nei documentari e ora sono qui. Un ambiente magico, i resti di questa gloriosa città circondata da una foresta tropicale ti fanno capire come una volta il popolo Incas viveva e si organizzava. Il sito, grazie proprio alla sua dislocazione, non è stato preda a suo tempo degli invasori spagnoli.
Nei giorni seguenti, iniziano i primi off e con essi la mia conoscenza, partendo da zero, inizia ad arricchirsi di esperienza. Mai dotata la mia Rossa di tassellato e mai fatto off, se non qualche strada bianca. È dura all’inizio, anche perché nel viaggio incontreremo di tutto: fango, il famoso ripio, sabbia, guadi. E senza evitare, ahimè, qualche caduta, posso dire che oggi non sarei più uno sprovveduto. Come si dice, un po’ di pelo nello stomaco è cresciuto.
Ci collochiamo stabilmente a un’altitudine che oscilla dai 4.500 ai 4.900 metri e, grazie anche all’assunzione di pasticche ad hoc, piano piano ci adeguiamo fino a non sentire più niente, riuscendo a interrompere l’assunzione del farmaco.
A Chivay andiamo al Mirador, per ammirare il condor, nel suo leggiadro volo. Un uccello enorme, pensate, arriva a un’apertura alare di oltre 3 metri.
I prossimi km mi portano, attraverso strade belle paesaggisticamente, verso la prima nostra frontiera (Bolivia) e nel percorso ammiriamo il lago Titicaca, il più alto al mondo navigabile. Alla frontiera capiamo che ogni passaggio di frontiera sarà un po’ complesso. Dapprima sportello immigrazione persona, poi sportello ingresso mezzo di trasporto, e poi con l’addetto viene ispezionata la motocicletta, a volte con l’apertura dei bagagli. Timbri, timbri e attenti che li mettano, sennò potrebbero esserci problemi per continuare. Sembra strano perché siamo abituati in Europa con la libera circolazione. Il dialogare, cercare di capire e farsi comprendere arricchisce come esperienza, ma trasmette un po’ di tensione, fondamentalmente sono uno straniero.
In due giorni arrivo alla seconda capitale: La Paz. A differenza di Lima, sicuramente un po’ più città con il suo asfalto e il traffico sufficientemente corretto. La Paz diversa, l’ho definita il girone dei dannati, Dante Alighieri deve aver soggiornato qui per scrivere l’Inferno. Qui tutto è in movimento (persone, mezzi, animali) senza un ordine ben preciso, caos puro al 100%. Agli incroci, alle rotonde è la legge del più potente. L’impatto dall’alto con la città è incredibile con le sue case costruite in una confusione urbanistica da brividi. Pensate la loro metropolitana è un’ovovia come quelle che troviamo in montagna quando andiamo a sciare. Sarà la nostra base per l’escursione alla Carrettiera de la Muerte. Il giorno dopo mi reco a vivere questa esperienza, su una strada stretta, che si snoda come un serpente fra le montagne. Tutta off, con cascate sulla strada che ti fanno fare il bagno, ma molto suggestiva, non solo per i precipizi che ti seguono nel suo percorso ma per la riflessione che ti suscita visto che fino a due anni prima era percorsa nei due sensi da camion, pullman e macchine. Ti chiedi come facessero!
In un paio di giorni arriviamo a Uyuni. Percorriamo una statale molto bella, con curve ottime e, con grande sorpresa, asfaltata, visto che le notizie erano di off. Contento e più rapido l’arrivo.

Prima di entrare nel paese di Uyuni, vado a fare la conoscenza del Salar, distesa di sale di 1.600km/q. Peccato che lo trovi in parte allagato dalle ultime piogge e non posso entrare con le Rossa. Ma rimango lì per ore ad ammirare comunque lo scenario che si presenta ai miei occhi.
Nei tre giorni successivi, con un tour organizzato a bordo di una jeep, entro in stretto contatto con la natura che lo circonda: il lago salato stesso, una serie di lagune salate e scenari da Dakar pura. L’ultima mattina si parte e durante la notte aveva nevicato (qui si sfiorano i 5.000 metri) rendendo lo scenario incredibilmente fantastico con vulcani spenti e colori surreali.
Riprendo la mia Rossa e, toccando Potosì e Tupiz, arrivo a Villazon in serata. Un’occhiata alla frontiera che mi aspetta il giorno dopo per entrare in Argentina mi fa capire che non sarà una cosa semplice. E così è stato, nonostante alle 6 la mattina sia già lì, trovo una coda di persone e mezzi, che avevano bivaccato la notte. Dopo circa sei ore riesco a toccare il suolo bianco/azzurro, ma ragazzi è stata dura e sfiancante. Rimarrà la dogana più complessa mai varcata!
Nel percorso dei due giorni successivi, che mi porterà in Cile, ammiro la famosa Montagna dei 7 (o 14) colori a Humaucaca. La natura ti sorprende sempre per quello che crea e ti fa riflettere sul come l’uomo, nel suo progressivo e lento percorso, tende a distruggere il pianeta dove abita; se non cambia la tendenza, i nostri discendenti faranno i conti con una triste realtà.
Passo la dogana per entrare in Cile, attraverso il passo de Jama e la vista di un altro Salar: il Grand Salar. Che goduria con tutti quei tornanti in altitudine. Il percorso ci porta a San Pedro di Atacama; questo tratto ci fa lasciare alle spalle definitivamente l’altura, passiamo dai 4.000 ai 1.500 metri, anche se, ripeto, ormai dopo 20 giorni mi ero abituato alla situazione.
Nei due giorni di stop a San Pedro, visito la Valle della Luna, davvero suggestiva, un territorio lunare appunto, con i suoi depositi di sale che assomigliano più ad una nevicata che imbianca i rilievi.
Nei tre giorni successivi entro nel deserto di Atacama, le strade si fanno noiose, lunghe, dritte per centinaia di km, con tanta polvere. Pit stop alla scultura più famosa della zona: la Mano del Desierto. Singolare e strana, è un’immagine comune per chiunque si trovi ad attraversare questa zona,
Per ritornare in Argentina, si deve fare il passo Aguanegra, a 4.753 metri. La frontiera del Cile è posta prima dell’inizio delle rampe e, alla sua fine (120 km tutto off), si trova quella argentina. Bellissimo, a mio parere uno dei più bei percorsi di off; in mezzo a queste alte vette, la strada sale e scende in mezzo a vallate, e la vista mozzafiato ti impedisce di preoccuparti del percorso. Appagamento totale.
Sono in dirittura di arrivo per Santiago del Cile, facendo tappa a San Jose de Jachal e Mendoza. Il tutto rientrando dall’Argentina in Cile, attraverso il passo del Cristo Redentor con una serie di tornanti mozzafiato, di fronte ai quali però l’unicità del nostro Stelvio resiste.
Santiago del Cile, grande appuntamento ricco di emozioni. Qui oltre allo stop di alcuni giorni per la visita della capitale, un tagliando moto alla BMW locale, mi aspetta l’arrivo del mio amore e compagna di vita, Cristina. Avventuratasi nei cieli di mezzo mondo, non tradisce le aspettative, arriva puntuale al concordato appuntamento e rimarrà con me fino ad Ushuaia. Ho un piccolo intoppo alla BMW di Santiago, poiché oltre al cambio della ruota posteriore, effettuo un controllo generale, ma la troppa solerzia degli addetti, con il lavaggio della Rossa, mi crea un problema con il sensore di Hall e la moto non parte più. 24 ore di panico con gli spettri dell’interruzione del viaggio, ma poi si trova il pezzo e finalmente l’11 febbraio si riparte: sono già passati 35 giorni e 7.000 km, ma il bello ha da venire.
Arriva la famosa Routa 40, con le sue complessità, asfalto, off e il famigerato ripio!
Nei tre giorni per arrivare a San Carlos de Bariloche, riattraversiamo la frontiera dal Cile all’Argentina e ci immergiamo nella zona dei 7 Laghi; improvvisamente veniamo catapultati in un mondo che mi ricorda la Norvegia: laghi, verde, e riflessi che sostituiscono polvere e deserto.
Alla ripartenza Cristina ed io ci stacchiamo dal gruppo, per evitare un pezzo di strada della Patagonia off che è molto impegnativo e, rendendomi conto che sono troppo carico e con una moto che a differenze delle altre è più pesante, ci avventuriamo da soli, cambiando in parte l’itinerario. I prossimi 4.500 km ci vedranno affrontare in solitudine il resto del viaggio.
Da San Carlos de Bariloche tagliamo in diagonale l’Argentina, ed è veramente pampa sconfinata. Strade lunghissime di cui non vedi la fine. Pochi centri abitati, che ci permettono comunque di approvvigionarsi di benzina e cibo. Facciamo tappa a Sarmiento. Ormai la costa atlantica è vicina.
In due giorni arriviamo a El Calafate, facendo tappa a San Julian, non prima di aver ammirato a caletta Olivia una grande colonia di leoni marini. Che brividi andare in spiaggia ad ammirare questi enormi animali, pensate i maschi possono raggiungere i 3 m di lunghezza. I loro “barriti” fanno accapponare la pelle. Nel viaggio di trasferimento, oltre a fare la conoscenza dei lama (dal Perù) iniziamo ad incontrare i primi struzzi. Vedere questi animali nel loro habitat naturale, ci crea forti emozioni.
Il nostro 40emo giorno ci vede arrivare a El Calafate, nostra base di partenza per la visita al famoso Perito Moreno, dopo aver passato gli ultimi 800 km di strada sotto un nubifragio.

Il Perito Moreno: un ghiacciaio incredibile, per la sua estensione e per i suoi colori. La contrapposizione fra il bianco e il blu cobalto è fantastica. Il nome è stato dato dall’Esploratore Moreno, e Perito sta proprio ad indicare il tipo di persona. Con una barca ci avviciniamo sotto la sua mole (con un’altezza di circa 60 metri) e il silenzio è rotto via via dal precipitare del ghiaccio nell’acqua.
Ripartiamo dopo due giorni da El Calafate ed attraversiamo di nuovo la dogana Argentina/Cile al Passo Rio Don Guillermo, in direzione Puerto Natales, prossima tappa, accanto al Parco del Paine.
La vegetazione cambia, qui si vede che domina il vento, che a volte diventa pericoloso. Gli alberi sono nati e cresciuti in una direzione diagonale. Da Puerto Natales, costeggiando la costa andiamo a Punta Arenas, il nostro Dream si sta avvicinando.
La mattina di buon’ora partiamo (44esimo giorno, 11.793 km percorsi fino a quel momento) e sappiamo Cristina, io e la nostra Rossa, che sarà un giorno speciale.
Dopo aver lasciato Punta Arenas, arriviamo all’ingresso nella Terra del Fuoco, attraverso il traghetto posto allo Stretto di Magellano. Che buffo chiamare un luogo simile come Terra del Fuoco, quando invece è un luogo freddo con temperature non miti. Ma Magellano lo chiamò così, (era il 1520!) perché, mentre percorreva il canale a cui ha dato il nome, gli indigeni durante la notte sulle due coste, non facevano altro che accendere i fuochi.
Sbarchiamo dal traghetto, e ci avviamo attraverso una strada che offre una vegetazione molto scarna, con alberi sempre tutti non eretti, e muschio al posto dell’erba. Arriviamo alla frontiera del Cile, e da qui scompare di nuovo l’asfalto per far posto all’off, fino ad arrivare alla frontiera argentina. Ma ci gustiamo il momento senza paure e incertezze, sapendo dove ci porterà. Dall’ingresso della frontiera argentina nella Grande Isla de Terra del Fuego, riprende l’asfalto, e la strada molto piacevole, ci porta piano piano attraverso montagne e il Passo Garibaldi (il nostro eroe dei Due Mondi) fino ad arrivare al sogno, the Dream.
Ushuaia, la fine del mondo ci accoglie con due colonne con scritto il nome della città.
È il 20 febbraio 2017 19.18 locali (in Italia 23.18) e sono stati percorsi 12.457 km in 44 giorni. Beh dopo la mia data di nascita, questa non verrà dimenticata.
Rimaniamo 6 giorni a Ushuaia fino al giorno della partenza di Cristina Approfittiamo per riposarci, andare nel parco della Fine del Mondo ed a fare un tour fino alle “pinguinerie”. A 1.000 km c’è l’Antartide, ma onestamente l’escursione di 8 giorni costa uno sproposito.
Il 27 febbraio riparte la mia compagna, mentre io e la Rossa ci incamminiamo per riunirsi ai compagni di viaggio a Buenos Aires (distante oltre 3.000 km). Durante il percorso, attraverso Rio Galleos, San Julian risalendo la costa atlantica, faccio la conoscenza del famoso vento che veramente tira molto forte (a volte raggiunge anche i 140 km/h cappottando le vetture di piccola cilindrata) e sono 200 km di sofferenza, angoscia e anche di paura. Ma ce la facciamo a non cadere e teniamo duro.
Nel frattempo conosco una famiglia lungo la strada che mi ospita per una notte, ed è una bellissima esperienza, che mi fa capire, così come per tutto il viaggio, che questi popoli hanno una filosofia di vita da ammirare. La mia ipotesi è che noi siamo fuori di testa, con i nostri ritmi forsennati e caotici, loro al contrario tranquilli e meditativi. Bravi.
A Buenos Aires ci arrivo toccando Bahia Blanca e Mar de La Plata, e naturalmente nei 5 giorni di stop nella capitale, ne approfitto anche per la sua visita. Sembra una capitale europea.
Il giorno 10 marzo consegno la Rossa alla dogana argentina (arriverà in Italia il 26 aprile) e la saluto augurandole un buon rientro, con un grazie per la sua instancabile verve.
Il giorno dopo mi imbarco e arrivo in Italia il 12, a casa nel pomeriggio alle 15.00.
Che dire di questa esperienza: Unica? Incredibile? Inimmaginabile?

No ragazzi questo è stato il mio DREAM.

Tanti giorni, tanta fatica, ma ripagata. Le immagini e le sensazioni vissute sono state tante e incredibili. Non è certo come viaggiare in Europa, ed è proprio per questo che la parola Avventura ha un senso.
Per effettuare un viaggio del genere, occorre avere tempo (sono pensionato), possibilità economiche, e molto spirito di adattamento, per mangiare, dormire e risolvere i problemi che nascono durante la percorrenza. Ma auguro a tutti un giorno di farlo, perché merita e potrete dire: Io ci sono stato.Un lamps?

Testo e foto a cura di Alberto Marconcini

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