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I LAGHI DEL CENTRO ITALIA CON BIGBIKEOFF – TRE GIORNI DI FUORISTRADA DA PAURA!

 Cazzo! È fredda!

Sono un golem di fango, polvere e sudore e il mio unico desiderio sarebbe una doccia bollente: così, resto alcune decine di secondi inerme davanti al soffione che getta acqua inesorabilmente tiepida; ho ancora addosso gli stivali, i pantaloni imbottiti e gli strati più interni dell’abbigliamento con cui ho affrontato il mio secondo giorno di avventura, e il rumore monotono, dal quale spero inutilmente possa materializzarsi del vapore acqueo, mi concilia una raffinata riflessione sulle ultime 48 ore:

Minchia, che figata!

Non so esattamente che giorno sia, che ora possa segnare il mio orologio (la segna ancora? Boh…), a stento ricordo che lavoro faccio: mi turbinano in testa nuvole di polvere dalle quali emergono buche insormontabili, paesaggi stupendi, terrificanti pietraie in salita, sagome di volti sconosciuti fino a ieri eppure adesso così familiari, pozze di fango senza fondo, boschi profumati, scariche di terrore, adrenalina e stupore.  

Basta, mi decido. Mi butto sotto il getto non freddo, ma non certo confortevole che, come nella più tradizionale delle metafore, mi raggela pensando che a fatica dovrò ringraziare quel tipo strano che ho lasciato un attimo fa a sparpagliare ogni singolo componente del suo abbigliamento tecnico da sei milioni di dollari per la camera doppia che condividiamo!  

Sì, perché è grazie alla sua martellante insistenza se sono finito qua… con i ragazzi di BigBikeOFF lungo i laghi del centro Italia. 

Forse però è il caso di cominciare dall’inizio.

Giorno 0: ore 16:30, Ascoli Piceno

Lungo la discesa al di là del fiume arriva sempre più forte il “rombo” di un’Husqvarna 250 che si palesa sfrecciando in un testa a testa con una bici da passeggio a 12 Km/h lungo il ponticello sul Castellano; in sella un distinto dandy di città in pantalone di fustagno, scarpa di cuoio grasso e loden: Vincenzo, il mio amico di sempre, che oggi compie perfino gli anni.

Dobbiamo caricare la moto sul furgone che ci aspetta nel ventre del parcheggio e partire per il Lago Trasimeno per tre giorni di fuoristradaho ceduto dopo anni di lusinghe a partecipare a una cosa del genere, pur non avendo una moto da enduro, pur non avendo mai fatto enduro, pur essendo assai intimorito dall’enduro.  

Moto e bagagli al sicuro tra le paratie del potente mezzo, “il Dottore” alla guida, “Abbiamo preso tutto?”, via!

Arriviamo a sera in un agriturismo nel nulla a due passi dal Trasimeno dove ci accolgono parcheggiate in giardino una KTM 1090 e una Ténéré 700 di due simpatici ragazzi di Bergamo, anche loro iscritti all’evento, con cui passiamo una piacevole serata in chiacchiera davanti a una pizza: Michael e Veronica. Lei va in moto da pochi anni, “come me” dico io ingenuo…  

Con sincera modestia snocciolano entrambi i loro trascorsi, dall’Assietta al Sommelier fino a Capo Nord! Ok, io con la mia moto-da-bar il viaggio più lungo l’ho fatto per andare a Rocca Calascio a 100 km da casa.

Ciao…

Giorno 1 – Trasimeno-Montecchio 

Colazione insieme ai nostri amici bergamaschi e si parte alla volta dell’appuntamento: ho il cuore in gola, non lo nego. Sono attrezzato meno di come dovrei, non ho mai percorso strade che non fossero paragonabili a vialetti di case di campagna e soprattutto sarò in sella ad una moto mai guidata. Nel parcheggio sterrato stazionano altri furgoni e c’è già qualcuno che prepara il proprio mezzo, chiude le ultime cose, si allaccia gli stivali.  

Salivazione azzerata.  

Vincenzo saluta e abbraccia Thor in persona, forse un pelo più esile, mentre da una macchina sbuca e mi viene incontro quello che sarà il nostro condottiero, mio omonimo Dario, che ci fa cenno con la mano amichevolmente.  

Conosco anche gli altri e un po’ mi distendo: sono tutti inesorabilmente più esperti, allenati e attrezzati di me, ma c’è subito una splendida atmosfera di rilassato cazzeggio; Vincenzo è svanito nel nulla: lo trovo in mutande dietro allo sportello del furgone intento ad armarsi. La sua vestizione dura un tempo interminabile ed una volta completata lo rende un Sir Lancillotto nella sua impenetrabile corazza o forse, visto il valore di tutto ciò che indossa, direi più un Tony Stark.  

Si accendono i motori e già il terriccio del parcheggio non asfaltato mi sembra la ParigiDakar: sono goffo, casco modulare da “Giessista”, giacca Dainese da macinatore di autostrade, pantaloni café-racer inamidati, stivali in prestito. Con un trombone da brigante calabrese sarei Filini a caccia!  

La concentrazione è assoluta e mi ridesto a guardare il mondo solo nelle pause in cui il nostro cicerone Dario ci raduna per raccontarci dove siamo (e forse chi siamo? Io da stamattina molto spesso non me lo ricordo), finché il pranzo arriva provvidenziale per riorganizzare le idee: abbiamo attraversato luoghi incredibili, valli, colline, boschi, sentieri, ampi sterrati ed ora siamo seduti a tavola a chiacchierare come se nulla fosse. Prendiamo le misure, ci conosciamo, chiacchieriamo e ci scambiamo impressioni in un’atmosfera da gita scolastica goliardica e allegra. Nel dopo pranzo scelgo vigliaccamente il giro facile per il pomeriggio e mi distendo tra curve più asfaltate, ma non meno belle, sognando di tornarci con la mia Scrambler in estate.  

La giornata si conclude in un bar con vista mozzafiato a sorseggiare birra e chiacchierare in attesa dei temerari che hanno scelto di completare il giro “duro”… a dirla tutta questo momento di relax è davvero impagabile, mi dico che ho fatto proprio bene! La cena davanti ad un grande camino scorre veloce in un’atmosfera spensierata; “i bergamaschi” ora sono Michael e Veronica, il “romano con gli occhi azzurri” adesso si chiama Pietro, poi c’è Ugo-Panatta che scopro essere firma di rilievo del giornalismo motociclistico (so di non sapere, e me ne cruccio) e “il pizzetto” a bordo del Tiger 900 che adesso so essere Andrea. Il gigante buono è Raniero (che chiamerò imperdonabilmente Raffaele per un po’, spero non me ne voglia); David e Dario già hanno un nome dalla mattina scorsa e il pilota in incognito adesso si chiama anche lui Pietro, nomen omen. Solo per un attimo penso che da un giorno e mezzo non guardo l’orologio: stupendo!

Giorno 2: Montecchio-Blera  

Ore 7:00. Suona la sveglia. Ripasso mentalmente l’organizzazione delle mie valigie: mutande in basso a destra, calzini in alto a sinistra, calzamaglia nello scomparto laterale…dopo la colazione torno in camera e osservo il campo di battaglia composto dall’intero inestimabile contenuto delle valigie di Vincenzo che sembra essere fuoriuscito a causa di un ordigno esploso nella notte. Noncurante accedo all’unico rettangolo perfettamente allineato e con abili mosse da navigato giocatore di Twister riesco a vestirmi, quindi chiudo i bagagli pronti per essere nuovamente imbarcati nel furgone di supporto che oggi verrà guidato da David.  

Il paesaggio fuori è onirico, una nebbia da set cinematografico disegna giochi di luci pazzeschi che cerco di fotografare e di imprimere nei ricordi, le moto parcheggiate in fila sono umide e scintillano di gocce di umidità. Salutiamo il furgone, fissiamo la targa sul mio zaino e partiamo.  

Come ieri ho la stessa sensazione da striscia di fumetto, con il rettangolo giallo in alto a sinistra che recita “poco dopo…”, e in un batter d’occhio mi ritrovo nuovamente fra sassi, polvere, discese impervie, salite invalicabili, profumo di natura.  

Giusto il tempo di riabituarmi alla mia cavalcatura che subito raggiungiamo una costruzione di legno simile ad una torre di avvistamento da cui, salendo, ammiriamo un orizzonte ancora in parte avvolto nella nebbia magistralmente raccontato dal nostro Dario “Angela” che snocciola nomi di fiumi, laghi, confini regionali, punti cardinali, cibi tipici, usanze locali, allevamento, pastorizia, scambi commerciali…  

Io ho ancora in testa il percorso, e mentre ripenso a gesti, errori, intuizioni arriva Pietro “il pilota”, si avvicina e mi dà due consigli. Ne faccio tesoro e mi danno determinazione e sicurezza. Intanto si scherza, si stringono i rapporti, ci si conosce meglio. Ora siamo un gruppo di amici in vacanza in moto, scherziamo l’uno sulle nuove informazioni acquisite dell’altro, con particolare predilezione nel dirigere lo sberleffo sul Dottore, che abbozza, incassa e ridacchia.  

Di nuovo un po’ di asfalto, poi deviamo su uno sterrato che ci porta in quota seguendo Dario.  

Ci siamo divisi, qualcuno farà un percorso più duro, ma a un tratto dietro l’ultima curva c’è un piccolo altopiano verde su cui si stagliano, inesorabili, le divise militari blu e rosse dei forestali! Porca vacca! Niente panico. Sfoggiamo le nostre facce da bravi ragazzi d’ordinanza, tiriamo fuori un full di patenti e libretti di circolazione, loro si dimostrano accondiscendenti e finiamo in chiacchiera. Ci raggiungono gli altri. Ancora chilometri, poco asfalto, molto fuoristrada, qualche guado (che figata), ci addentriamo in un bosco di querce ancora in veste invernale; arrivati in uno slargo lasciamo le moto: si prosegue a piedi per un luogo magico dove presto Thor e la compagna di Dario ci raggiungeranno con i panini.  

Superiamo il rudere di un castello e raggiungiamo un incredibile rupe a strapiombo che nasconde grotte preistoriche (non così vecchie, ma l’idea è quella).  

Il pranzo nella natura selvaggia ci galvanizza, scherziamo, ridiamo, sfottiamo, parliamo.  

Oltre i nomi adesso cominciano ad affiorare vite, passioni, lavori, abitudini. Andrea va in moto con la moglie, Pietro ha una figlia grande e scherziamo sulle follie dell’adolescenza, Ugo ne ha una che ha scritto una tesi affascinante, Raniero ha macinato chilometri in lungo e in largo con la sua Honda ma non se ne vanta, Michael e Veronica ci raccontano del viaggio a Capo Nord e scopro che anche lei lavora nel misterioso mondo dell’analisi dati; David mi ricorda un caro amico artista, stralunato e gentile. Dario ed Elisa sono dei padroni di casa eccellenti e ci raccontano di aver perfino dormito dentro una di queste grotte una volta  

È dura rimettersi in marcia, ma appena salito in sella torna il desiderio di esplorare! Su e giù per colline e sentieri, ogni tanto da un punto panoramico Dario disegna col dito la strada che abbiamo fatto: è incredibile! Sembra di aver percorso tutto l’orizzonte… anzi no, l’abbiamo fatto davvero! 

Attraversiamo un lungo tratto punteggiato da segherie e fattorie, si sente il profumo di legna appena tagliata e sembra di essere in Canada, o almeno è proprio come mi immagino il Canada…  

Il posto che raggiungiamo nel pomeriggio è cinematografico: un belvedere fra gli alberi a strapiombo su un lago, sullo sfondo lontano la lastra specchiata del mare che riflette il sole e sopra le nostre teste volano vele a vento. Un tizio armeggia con un enorme paracadute e in un lampo volteggia decine di metri sopra di noi. La discesa da questo luogo magico non è meno suggestiva: una larga strada sterrata nel bosco che sembra non finire mai! 

L’ultima tappa, prima di arrivare a Blera per la sera, una necropoli tremendamente suggestiva raggiunta, neanche a dirlo, cavalcando le nostre moto giù per un sentiero fra pareti di roccia umida, e poi ancora un tavolo-con-vista per la birra della sera. 

Eccomi tornato dove ero, sotto la doccia tiepida a riorganizzare le idee e per una sola frazione di secondo mi sveglio dal sogno ricordandomi che due dei tre giorni sono già trascorsi. La cena è notevole, non solo per l’ottimo cibo, ma perché in questa bolla dove il tempo scorre diversamente, oggi siamo a tavola fra vecchi amici, parliamo di noi, di quella volta a Roma con Pietro al caffè dello studente o con Ugo a Napoli alla Mattonella quel Gragnano fresco col baccalà fritto che meraviglia… ma quando? Ma come è possibile?  

Corto Maltese aveva un luogo segreto a Venezia dove una porta lo conduceva in altri luoghi e in altre storie, e forse è successo anche a noi qualcosa di simile…

Giorno 3: Blera-Orvieto 

Sveglia faticosa, colazione amara. Oggi è l’ultimo giorno di viaggio e stasera si torna a casa. Con Vincenzo allontaniamo l’idea chiacchierando con il curioso gestore della struttura. 

Torniamo in camera, indosso anche oggi gli stessi pantaloni impolverati, come apice di trasgressione, e via in sella: Dario ci guida spediti lungo il tracciato di una vecchia ferrovia, con tanto di galleria scavata nel tufo e passeggiata su un ponte di ferro abbandonato. I N C R E D I B I L E.  

Mi sento migliorato: affronto le bizze della mia cavalcatura con più polso, riesco a domare i suoi nervi con sicurezza, affronto le asperità del terreno con esperienza e manico. Bravo, mi dico! Puoi andare ovunque! …ma che dico? Bravi tutti, a cominciare da Dario, a pazientare e darmi sostegno!! E proprio mentre mi do diverse pacche sulla spalla e mi stringo virilmente la mano da solo sentendomi un endurista navigato, sento in sottofondo la voce di Dario che pronuncia parole oscure “adesso… percorso… impegnativo…”.  

In men che non si dica siamo in un sentiero fra erba, arbusti ed alberi che scende giù verso il fiume; ci sono pozze così profonde, dicono, che qualcuno dopo esserci finito dentro è riemerso in un’aiuola nel centro di Pechino.  

Sgattaiolo qua e là, mi infango, schivo, sgommo, salto e mi diverto. Cazzo come mi diverto! 

Ad un tratto mi si para davanti la nemesi del principiante, il terrore degli enduristi della domenica: pietre e massi in salita! Meno terrore e più adrenalina, mi sembra di muovermi meglio, assecondo il terreno, schivo gli ostacoli e salgo. In cima ancora una vista stupenda; il paesaggio è da spaghetti western e vedo già appeso ad un ramo Eli Wallach in bilico sulla lapide di legno col cappio al collo che grida al Biondo “lo sai di chi sei figlio tu?…”.  

Con Ennio Morricone ancora nelle orecchie ci ributtiamo giù per un altro sentiero, attraversiamo colline senza apparente presenza di artefatti umani salvo quelli rombanti che abbiamo sotto al sedere. Ormai siamo a metà mattina, quando ci si disvela difronte il Lago di Bolsena, punteggiato di derive in allenamento. 

Giusto un momento di contemplazione e grazie a Dario imbocchiamo una strada senza uscita che finisce in un parcheggio, ma che invece un’uscita ce l’ha! Eccome! Un sentiero che si arrampica e sale quanto basta per una vista panoramica sul lago e poi ancora le discese ardite e le risalite tra maneggi, prati, allevamenti e d’un tratto ecco il cocuzzolo di Orvieto, coreografico come sempre!  

Ed eccola che arriva. Una fitta, secca. Robert Louis Stevenson tu lo dici da un pezzo: in un viaggio arrivare a destinazione è solo una (piccola a volte) parte del divertimento.  

Orvieto significa “arrivo”, un pranzo e poi di nuovo ognuno per la propria strada, “ognuno perso dietro ai fatti suoi” diceva il poeta. E invece anche questa tappa ci regala sorprese: io e Vincenzo arriviamo in piazza con Pietro dopo aver spento e riposto nel furgone le nostre due moto, un po’ abbacchiati per la conclusione dell’avventura, e troviamo il resto del gruppo alle prese con un addio al nubilato. Dario canta sulle scale del Duomo, l’altro si scatta foto con le amiche della sposa, il nostro Vichingo viene usato come ultima arma per dissuadere la protagonista dal compiere il grande passo.  

Al ristorante arriviamo che sembriamo Pig Pen dei Peanuts, seguiti da una scia di polverone, ma impavidi entriamo in una saletta immacolata incuranti delle apparenze. Alla fine si parla di come rivedersi: da Ugo i primi di Aprile, o fra Emilia e Toscana a fine Maggio sempre con i ragazzi di BigBikeOFF.  

Rassicurati dall’idea che in un modo o nell’altro si troverà un pretesto, ci si saluta, ci si augura buon rientro a casa e con un groppo di nostalgia si parte. Dopo diverse ore arrivano i primi messaggi sul gruppo whatsapp: “arrivato”, “stanco ma finalmente a casa”, “anche noi a Bergamo, tutto a posto”… Dei due, partiti alla volta di Ascoli Piceno, neanche l’ombra, qualcuno dice di averli visti lungo la nazionale di San Benedetto del Tronto in tarda notte fare la spola tra la macchina ed il furgone da riconsegnare, incastrati in un loop temporale in cui per riconsegnare la chiave si doveva prendere un documento che però era nel furgone la cui chiave era nella macchina la cui chiave era nel furgone, e così all’infinito. 

Testo e foto: Dario Partenope
Video: Dario Lupini

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