Dragon Tail

Dopo una settimana di fiera ad Atlanta, USA, città natale dei premi Nobel Martin Luther King e Jimmy Carter, arriva il weekend e il ritiro delle motociclette a noleggio organizzato qualche mese fa. Siamo in sei per la prima parte del viaggio, quattro Harley Davidson e due BMW. Ho prenotato una GS 1200, mentre al mio compagno di marca che dovrà arrivare fino a Boston è stata assegnata una GS Adventure. Le Harley sono tutte bellissime, quella arancione vissuta, targata Florida – che un amico italiano tiene fissa qui negli USA per quando viene in viaggio – ha fatto più di 50.000 km di strade americane e le tre HD a noleggio sono tutte nere e nuovissime. Nel pomeriggio del venerdì percorriamo la tappa di trasferimento da Atlanta a Helen, una cittadina costruita in stile bavarese nel cuore delle Blue Ridge Mountains da coloni teutonici ai tempi della corsa all’oro. Prima di cena giusto un aperitivo di quello che ci aspetta il giorno dopo: stradine perfette, laghi, prati, verde, profumi della natura. A tavola, di fronte a squisite bistecche Rib Eye, pomodori verdi fritti e birra, iniziamo a pianificare il giro del giorno dopo che ci porterà alla mitica “Dragon Tail/Coda del Drago”, una delle più famose strade del mondo per i motociclisti con le sue 300 curve in 11 miglia.

Arriviamo solo alle due del pomeriggio alla base di partenza del Dragon Tail, perché in moto per andare da A a B si fanno sempre un sacco di deviazioni. La Blue Ridge Parkway e soprattutto la Skyline Drive sono spettacolari e passiamo più volte da 1000 a 5000 piedi di altezza, su strade perfettamente tenute e panorami rilassanti. Chattanooga, Franklin, Chickamauga ricordano alcune delle battaglie della Guerra civile americana (1861-1865), le divise blu contro quelle grigie, Lincoln, Lee, Grant. Si vede ancora in giro qualche bandiera degli Stati Confederati del Sud. Cherokee, Appalachi, Eagle Rock ricordano i fumetti di Tex, così come qualche faccia disegnata in quelle pagine.
Per l’affluenza sembra di essere al Muraglione d’estate, ma ovviamente in stile americano: Harley Davidson ovunque, moltissimi trike, qualche motard e una folta rappresentanza di quattroruote tipo Mustang, Corvette, Porsche. Da una stra Mustang blu elettrico una stra bionda sorride e ci chiede: “where’s the party?’’ … poi scende ed è una stra cozza… the party is over!
C’è anche il famoso albero della vergogna Tree of shame con appesi i rottami di auto e moto incidentate sulla Dragon Tail da chi è andato troppo oltre le proprie capacità. Immancabile, di fianco alla camere,  il negozio di souvenir a disposizione di chi decide di passare una o più notti per poi affrontare le 11 miglia più volte.
Il divieto di sorpasso è assoluto e quando parto mi si infila davanti un trike, pazienza… Tanto la rifaccio di sicuro anche perché il trike rallenta a ogni postazione dei fotografi per salutare. Quindi verso metà mi fermo e gli faccio prendere un poco di strada in modo da avere spazio davanti. È veramente bellissimo, oltre 300 curve in circa 16 km, ma non sono solo curve… sono anche i cambi di pendenza emozionanti, sembra una strada fatta da chi ha progettato gli ovali racing americani. Non riesci mai a prendere velocità, sei sempre in curva, più o meno piegato a destra o a sinistra. Due ragazzini hanno schiantato la Ford della nonna contro un albero e sono circondati da poliziotti: qualche pezzo finirà appeso al Tree of shame e anche la nonna potrebbe essere pericolosa quando lo apprende, qui sono tutti armati e l’idea di base è quella di chiamare il 911 solo dopo, mai durante.

Arrivo su e decido di rifarla subito, è veramente un parco giochi questa “pista 129”. Arrivo giù e, dopo uno slalom tra qualche Harley parcheggiata, riparto immediatamente: negli specchietti qualche biker sorridente alza la birra e saluta. Pensavo di trovare lungo la strada qualcuno dei miei compagni di viaggio in direzione opposta, ma siamo tutti un po’ stanchi e mi aspettano per rientrare verso Cherokee. Qui l’unico ristorante decente aperto è quello del Casinò, una concessione del governo americano a tutte le riserve indiane, forse i nativi si sono stancati di barattare oro e pellicce con specchietti e bottiglie di whisky e vendono ai turisti più ignari repliche di artigli d’aquila, denti di lupo, unghie d’orso e dream catchers made in China.
Il giorno dopo ci separiamo, le quattro HD continuano il giro verso Nashville, l’Adventure verso Boston ed io rientro verso Atlanta da dove continua il mio viaggio di lavoro in Centro America, non prima però di avere cercato qualche stradina sterrata e fuori dalle mappe turistiche, roba semplice considerando le Michelin Anakee abbastanza lisciate dai chilometri. Mi mancano ancora alcune foto che avevo in mente: la fattoria con la staccionata bianca, certi cartelli stradali e paesaggi che non ho avuto tempo di fotografare.
Il numero delle miglia verso Atlanta (circa 150) cala 1,6 volte più lentamente dei chilometri, fa molto caldo e provo una certa invidia per i biker HD americani in jeans, canottiera e casco aperto perfettamente inutile in caso di caduta. Ripensi alle varie persone che hai incontrato durante il viaggio e mi viene in mente il mitico Frank Boorn che ci metteva in guardia dai ducatisti che fanno il Dragon Tail invadendo le corsie. Sul suo biglietto da visita c’è scritto “Harley Driver” e “Over 1.200.000 miles in all 50 states, Mexico, Canada, Holland, Australia, Brazil, Argentina and Uruguay”: fisicamente nei suoi mid 60s, moralmente nei suoi mid 20s.
Lo skyline di Atlanta si avvicina lentamente, mentre viaggi a 65 miglia all’ora circondato da potenziali assassini in auto e camion che vanno tutti alla stessa velocità mentre scrivono messaggi sul telefonino. I grattacieli del Westin, del Sun Trust e della Bank of America sono iconici, ma il caos della città fa rimpiangere le Smoky Mountains.

Bel weekend, riprende la vita normale fatta di aeroplani e piastrelle da vendere.

Testo e foto: Riccardo Reggiani

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