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Tra la Tuscia e il West

Definizione di “local”: dicesi local l’individuo appartenente alla categoria dei motociclisti che praticano il fuoristrada e che è disposto a organizzare giri in moto tra amici di altre regioni alla scoperta del proprio territorio facendo da guida in prima persona e fornendo tracce e spunti per la definizione dell’itinerario.
Il compito del local non è mai facile, deve organizzare un giro per tutti i componenti, difficile abbastanza da dare il senso dell’avventura ma non troppo da fiaccare gli animi dei malcapitati, nel contempo deve cercare di racchiudere il maggior numero di bellezze della sua zona condendo il tutto con cene appetitose e sperando anche nel bel tempo! Una roba da master universitario alla Bocconi insomma!
Durante un caldo weekend estivo tocca a me personificare questo ruolo e organizzare un giro nella Tuscia con i miei compagni di viaggio islandesi. Parte subito l’ansia da prestazione!
La Tuscia è un territorio che ha molto da offrire, storie, scorci e borghi, ma nel gruppo c’è anche un piemontese abituato alle strade militari d’alta quota che regalano chilometri e chilometri di fuoristrada con paesaggi alpini strepitosi, mentre nel viterbese ci sono solo colline e strade poderali, come faccio a competere?
Sbagliatissimo! La nostra bell’Italia non ha eguali per varietà di paesaggi e spunti; basta valorizzare le tipicità dei luoghi per impacchettare due giorni da urlo! Inizio così a ragionare puntando sull’effetto sorpresa.
Con uno slancio di coraggio propongo a tutti l’idea di dormire in grotta anziché nel classico agriturismo o nella fedele tenda; come sempre la novità raccoglie le emozioni più disparate dalla curiosità all’incredulità, dal desiderio alle perplessità.
Ma non mi fermo qui…

https://youtu.be/Ro_dhJtE1Cw

Appuntamento al mio casolare di campagna per la cena, fornisco a tutti la posizione e incredibilmente i miei tre ospiti riescono a trovarlo senza difficoltà, la cena che ci attende è un fuori standard. La Tuscia è una zona rurale ed io vivo in un paesino in cui tutti (me compreso) hanno l’orto e qualche animale da cortile che razzola per la campagna, una filosofia di vita che sfugge a chi vive nelle grandi città. La cena dunque prevede un menù che più che a “km zero” è a “metri 100” nel senso che tutto proviene dalle mie terre, compreso un ottimo pollo arrosto cotto nel forno a legna che il giorno precedente batteva ancora le ali (non me ne vogliano i vegani).
Con la pancia piena ci alziamo. Nel frattempo fuori ha fatto buio e noi siamo pronti a procedere alla luce dei fari e della luna verso il posto della notte.
Purtroppo le forti piogge della settimana hanno rovinato molte strade e decidiamo di adoperare qualche taglio; passiamo comunque per campi di erba alta fino ai parafanghi. I fari illuminano le punte degli steli verdi scintillanti fino all’istante prima che la ruota li avesse delicatamente abbassati al nostro passaggio. Procediamo con cura, quasi a tastoni, non sapendo nel buio della notte cosa si nasconda sotto l’erba. Continuiamo fino all’ultimo tratto disseminato di pozze fangose insidiose che ci portano fin sulla rupe di “Corviano”, un terrazzo di peperino alto 30 metri, da cui si domina la valle del Tevere. Ma è notte, tutto questo si intuisce solo dalle luci sullo sfondo. Meglio allora infilarsi nelle grotte, dimore ipogee millenarie che ci presteranno riparo nonostante certo non minacci pioggia, al contrario! Vorrà dire che le stelle faranno da volta solo alle nostre moto. Ci adagiamo nella grotta e spegniamo le luci tra l’incredulità di qualcuno e l’emozione di qualcun altro.

La mattina da buon ghiro quale sono mi alzo per ultimo, gli altri sono già fuori a fare foto sul ciglio della rupe; l’alba è tersa e bellissima, oltre il Tevere le fa da sfondo l’Umbria con le sue colline e i paesi arrampicati.
Partiamo senza patemi: il giro è tranquillo, commisurato alle nostre possibilità e alle nostre moto, ma si parla comunque di 200 km con solo forse il 30% di asfalto! Saliamo lungo le pendici del monte Cimino fino ad affacciarci con un tratto asfaltato sul Lago di Vico da cui, entrando in una bellissima faggeta ombrosa, proseguiamo per Capranica.
Dopo aver fatto rifornimento, andiamo alla stazione e prendiamo la ferrovia, eh sì! Se il Piemonte è la patria delle strade militari, l’Italia centrale lo è delle ferrovie abbandonate!
La vecchia ferrovia Orte-Civitavecchia è la classica storia italiana di un’opera incompiuta. Risistemata tutta quasi per intero a inizio anni ’90, non sono mai stati stesi i binari per la messa in funzione, quindi ci si trova con un tracciato fuoristrada semplice e con fondo buono lungo 80 km che arriva quasi sul mare. Procediamo lungo questo tracciato tra gallerie, trincee, ponti e stazioni ferroviarie di inizio secolo, sembra proprio di stare nel Far West.
All’altezza del fiume Mignone e dell’omonimo ponte ferroviario in acciaio, il tracciato è chiuso da una recinzione da bypassare se si vuole continuare, ma il nostro giro ci porta con una carrareccia un po’ più impegnativa a Monteromano. Non percorreremo tutta la ferrovia, almeno non stavolta.
Prima di raggiungere il paese ci fermiamo per pranzo in cima a una collina da cui si vede il mare ai nostri piedi; due fette di salame, un po’ di pane e ci rimettiamo in strada per attraversare il poligono militare di Monteromano.
I tonfi pesanti dei colpi di mortaio in lontananza ci segnalano che i cancelli sono chiusi per
un’esercitazione e ci rimettono a più miti consigli. Facciamo quindi una deviazione per strade interpoderali che attraversano latifondi coltivati che ci portano comunque al lago di Bolsena nel pomeriggio dove stanchi, soddisfatti e appagati ci concediamo una bevuta e un paio d’ore di relax e chiacchiere distesi sull’erboso lungolago di Montefiascone prima di dirigerci nel borgo di Vitorchiano per la notte, da trascorrere questa volta in un comodo letto “tradizionale”.
La domenica, dopo un bel sonno ristoratore, ripartiamo con calma dirigendoci a Civita di Bagnoregio percorrendo strade asfaltate panoramiche al confine tra Umbria e Lazio.

Civita è un antico borgo appoggiato su una clessidra di argilla franosa che ogni anno cede alla natura un pezzo di sé. A causa dell’inevitabile processo erosivo della sua base, è detta anche la “città che muore”. La sua vista strega le migliaia di turisti che vengono a visitarla ogni anno da tutto il mondo. Quando si arriva sul belvedere che la domina si rimane affascinati da questo fungo di tufo e argilla che si erge tra le nebbie della valle dei calanchi, il cui destino è segnato dalla pioggia che ogni volta che cade porta con sé un pezzo di argilla regalando, come per scusarsi, un po’ di fascino in più a questa favola.
Il giro termina qui, non sono riuscito a infilare tutta la Tuscia in questi due giorni, mancano le terme ad esempio, ma un “local” deve pur mantenere qualche freccia al proprio arco per invogliare il gruppo a tornare, no?

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