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Marocco attraversamento dell’Atlante in solitaria – seconda parte

Il 14 ottobre è stata un’ottima giornata, tempo perfetto, nuvoloso e senza vento. Partito da Midelt, dopo 20 km sono dovuto tornare indietro perché la strada terminava a un ingresso recintato di un bacino idrico, probabilmente una centrale. Proseguo sulla strada asfaltata e a un bivio trovo tre belgi con BMW GS che chiedono informazioni a un poliziotto. Avendo anch’io il dubbio su quale strada prendere, visto che la traccia sul GPS l’avevo saltata, mi accosto per ascoltare cosa si dicono. Il belga ha la mia stessa carta in mano e parla in francese con il poliziotto. Capisco dove ci troviamo e anche che loro hanno la mia stessa meta, Ouarzazate, quindi gli chiedo se posso aggregarmi a loro e fare la strada assieme ed accettano di buon grado.
La strada mista a pista sale dai 1.500 m di Midelt fino a toccare i 2.700 con un susseguirsi di panorami e paesaggi indescrivibili contornati da un cielo che più azzurro di così e difficile vedere.
Scendendo dalle montagne si entra nelle vallate, dove le oasi di montagna si susseguono una dopo l’altra in un inanellarsi di piccoli centri abitati formati da poche case costruite con sassi e terra.
In ogni luogo veniamo circondati da bambini festosi a cui diamo biscotti, barrette e caramelle; capiamo come questa povera gente viva di stenti, sono sporchi, scalzi e con vestiti vecchi e stracciati.
Tutti sono o pastori o contadini che coltivano le vallate grazie al corso d’acqua. Verso le due del pomeriggio ci fermiamo in un ristorantino a mangiare, il belga si fa dire il menù e contratta sul prezzo. Dopo aver lautamente pranzato all’aperto e esserci crogiolati al sole ripartiamo e verso le 7 di sera ci accampiamo in una piccola valle al riparo dal vento a 1.700 metri di quota.
Lì troviamo due donne con due bambini caricati sulla schiena che chiedono dei dirham, uno dei belgi gli offre del cibo ma lo rifiutano chiedendo solo soldi. La sera attorno al fuoco ho scoperto che anche loro due giorni prima avevano fatto la mia stessa pista ed erano accampati nella stessa zona probabilmente a non più di 1 km di distanza, dopo essere passati nell’abitazione difesa dai cani.
La nottata passata in tenda con i nuovi compagni di viaggio è stata buona grazie al tempo e al clima favorevoli anche se naturalmente a quella quota ci si aspetta temperature basse ed infatti un po’ di freddo l’ho patito e durante la notte mi sono svegliato parecchie volte. Al mattino, dopo un buon caffè e una frugale colazione con biscotti e qualche barretta, ci immettiamo subito nelle incantevoli Gorges du Toudra ma che noi pensavamo fossero le Gorges du Dades. Solo dopo esserne usciti, nel centro abitato che si trova all’uscita ce ne siamo resi conto. Guardando successivamente la carta ci siamo accorti che le due vallate sono parallele ma distanziate di alcune decine di chilometri, arrivando da nord abbiamo sbagliato un bivio che ci ha portato nella vallata di sinistra invece che quella di destra, poco male, lo spettacolo che ci si è aperto davanti agli occhi è stato magnifico e ci ha ripagato del viaggio fatto fin quel momento. Dopo le foto di rito e qualche acquisto alle bancarelle che immancabilmente si trovano nei luoghi turistici come questo, ripartiamo percorrendo la valle du Dades che è stata per tutti una delusione, niente di particolarmente rilevante a parte le decine di ristoranti e caffè da ogni parte della strada. La strada successiva verso Ouarzazate è stata abbastanza noiosa, ho lasciato i tre compagni di viaggio che proseguivano verso Marrakesch e da lì a un paio d’ore avrebbero fatto di nuovo campo per la notte, mentre io mi sono trovato il solito hotel da 20 euro e a pianificare il percorso del giorno dopo verso Zagora. Ci siamo salutati a malincuore, in soli due giorni ci siamo trovati in sintonia e subito affiatati. L’incontro casuale con questi ragazzi dimostra una volta di più le belle conoscenze che si possono fare in viaggi come questo. In un viaggio organizzato difficilmente si troverebbero essendo costretti a rispettare itinerari e tabelle da rispettare.      
La tappa del 16 ottobre sulla carta si dimostra facile: tutto asfalto per la valle del Draa fino a Zagora per un totale di 200 km. Sulla strada ad uncerto punto ho visto un’insegna che indicava le cascate di Tizgui. Incuriosito non avendo fretta ho deviato per andare a vederle. Ho dovuto lasciare la moto in un piazzale e proseguire a piedi e dare un paio di dirham a un fantomatico parcheggiatore con gilet fluorescente che mi assicurasse di ritrovare tutte le cose caricate sulla moto.

Le cascate non facevano grande effetto, anzi, dato il periodo secco bisogna ringraziare che ci fosse acqua. Vi si arriva scendendo una scalinata scavata nella montagna fino al corso d’acqua in mezzo alla roccia, e merita perderci mezz’ora per il paesaggio suggestivo in una gola.
Ripresa la via, mi imbatto in continui lavori in corso per allargare la strada in stile autostrada 4 corsie. Costeggiando l’oasi che continua per parecchi chilometri, ad un certo punto vedo sul GPS una pista che entra nell’oasi ed esce dopo alcuni chilometri. Mi butto dentro e la percorro tutta in mezzo alle piantagioni di palme da dattero e varie coltivazioni, un paesaggio bellissimo. Supero un paio di piccoli centri abitati e alla fine scopro che la pista segnata sul GPS, che dovrebbe attraversare il corso d’acqua per tornare sulla strada principale, è scomparsa e a momenti mi insabbio. Un contadino mi suggerisce di tornare indietro o proseguire per poter uscire, naturalmente non si torna indietro per vedere cose già viste, quindi proseguo. La pista si allontana dall’oasi e si avvicina alle montagne e si fa sempre più difficile fino a diventare una mulattiera impestata di sassi mossi e appuntiti. Ho temuto seriamente di bucare, ma l’ho scampata senza conseguenze. Tornato sulla strada principale, in una ventina di minuti ero a Zagora, ho girato un paio di hotel per sentire il prezzo e alla fine ho trovato per 25 euro colazione con… piscina compresa! L’esercente era partito da 50 ma, come loro stessi ben insegnano, bisogna sempre contrattare con decisione per poterla spuntare.            
La sera mentre ero a cena nello splendido giardino dell’hotel ho fatto conoscenza con un motociclista portoghese. Ci scambiamo alcune informazioni e mi dice che la pista che ho intenzione di fare è asfaltata, quindi realizzo che non mi resta che attraversare il lago Iriki. Ha il GPS pieno di waypoint e me ne passa alcuni con il Wi-Fi, visto che ha il mio stesso strumento, capisco che conosce molto bene il posto e mi dà alcune indicazioni sul passaggio più facile. Il mattino dopo a colazione lo incontro e mi dice che la sera prima mi aveva cercato per chiedermi che, se volevo, potevamo fare l’attraversata del lago insieme. Naturalmente accetto di buon grado per avere compagnia ma anche per una questione di sicurezza. Alla fine dell’attraversamento del lago con il senno di poi ho pensato che avrei potuto lasciare i bagagli in albergo e farvi ritorno la sera con il portoghese e il giorno dopo ripartire per la mia strada. Pazienza…
Siamo partiti verso le dieci del mattino per arrivare a Foum Zguid alle 4 del pomeriggio dove abbiamo pranzato in una brasserie del paese il cui proprietario mi ha accompagnato in un hotel.
L’attraversamento del lago è stato bello e difficile allo stesso tempo, per il 90% la pista era impestata di pietre e per il restante scorrevole e veloce con velocità sui 60-70 km/h, su alcuni tratti dritti e piatti abbiamo toccato anche velocità superiori ai 120 km/h, goduria pura che ci ha ripagato delle fatiche patite nei pezzi più difficili, come i tratti di piccole dune che non era possibile aggirare dove in un paio di occasioni mi sono appoggiato su un lato ma senza conseguenze. L’unico problema che ho avuto è stato quello della rottura dei supporti in gomma del GPS, dovuto alle continue vibrazioni generate dalla pista sassosa, ma che ho riparato con una bella dose di nastro americano.  
La strada del 18 ottobre è stata tutta asfaltata fino a Marrakech. Rispetto alla strada principale ho effettuato una deviazione per percorrere una pista che avevo iniziato a fare con il viaggio organizzato del 2012 ma che avevamo lasciato per le forti piogge che avevano reso il fondo fangoso e molto scivoloso; in quell’occasione un componente del gruppo era caduto provocandosi una distorsione ad un ginocchio. Quella pista negli anni mi aveva lasciato sempre molta curiosità e questa era l’occasione giusta per esplorarla. Sono rimasto deluso perché ora è asfaltata per tre quarti della sua lunghezza, e anche dal punto di vista paesaggistico non era gran che di eccezionale.
Arrivato a Marrakech ho alloggiato presso l’hotel campeggio “Le Relais”, posto che conoscevo essendoci stato due anni prima. Qui si ha la possibilità di accamparsi oppure di prendere una stanza composta da un perimetro in muratura con il tetto in tenda ad imitazione delle tende berbere. La sera ho cenato nel ristorante a bordo piscina per poi rimanere a bere una fresca birra in giardino, pagata profumatamente, a studiare il percorso del giorno seguente e scrivere il diario giornaliero.
Il 19 ottobre doveva essere una giornata riposante, nel senso che avevo deciso di fare un giro ad anello a 200 km da Marrakech che saliva sull’Atlante per poi ridiscendere. Tutto sembrava andare il meglio ma, come spesso accade, arriva l’imprevisto. La strada in montagna era inizialmente un po’ noiosa e senza grandi panorami. Sembrava di essere in collina a oltre mille metri poi però è salita fin oltre i 2.700 e le montagne circostanti assomigliavano alle Dolomiti. Scendendo da quelle quote speravo non ci fosse più asfalto e le insegne indicavano il paese a 90 km e proprio da li inizia lo sterrato, abbastanza facile e scorrevole con qualche tratto impegnativo. Tutto bene fino a tre quarti, quando un solco mi devia la ruota anteriore e scivolo sul lato destro, normalmente una cosa così se si è concentrati non la si nota nemmeno ma, essendo in quel momento distratto, cado rompendo il serbatoio di destra che si apre come una scatoletta di tonno e, cosa più grave, con il bullone del supporto della pedana spezzato. Per la benzina non c’è stato niente da fare, è uscita in un baleno, ho aggiustato in fretta il supporto pedana perché non volevo farmi sorprendere dal buio in mezzo alle montagne.
Ma dico io la legge di Murphy è sempre dietro l’angolo, non potevo cadere dal lato del serbatoio già rotto! Va beh… aggiusto al meglio la pedana con il fil di ferro e una fascetta in plastica quanto basta per appoggiarci il piede stando seduto, ma il freno posteriore non fa il suo dovere completamente, muovendosi leggermente tutta la pedana non mi permette di effettuare una pressione tale da mettere in pressione l’olio.
L’altro problema era che avevo una settantina di km di autonomia del solo serbatoio principale e non sapevo quanta strada dovevo fare prima di trovare nuovamente un punto di rifornimento. Fortunatamente lo sterro diventa asfalto e per la maggior parte in discesa, per risparmiare benzina mi sono fatto almeno una decina di km a motore spento. Finalmente arrivo al centro abitato e, trovato il distributore di benzina, mi sono rilassato e scolato una coca fredda per il sollievo. Mi si presenta davanti un’insegna di un hotel a soli 15 km e non ci ho pensato due volte a dirigermi verso che luogo che vedo come ancora di salvezza, un bel posto in riva ad un lago per la maggior parte asciutto, ma con una bella vista paesaggistica.

Il mattino del 20 ottobre prima di partire cerco di sistemare al meglio la pedana del lato dx ma con gli attrezzi che avevo era impossibile togliere il moncone del bullone che era rimasto dentro. Con il supporto del personale dell’hotel sono riuscito a infilargli un bullone leggermente più piccolo in modo da fare almeno da supporto solido e poi legato sempre con fascette e fil di ferro. In quelle condizioni ho fatto più di 300 km e la riparazione di fortuna ha fatto il suo lavoro, non potevo chiedere di più e guidare in piedi in fuoristrada quindi l’avventura in off è finita a metà del viaggio. Durante la riparazione della moto probabilmente è entrata dell’aria nel circuito del freno posteriore quindi la resa della frenata era della metà, al primo meccanico di auto che ho trovato ho fatto lo spurgo con relativo rabbocco d’ olio, ma il meccanico maldestro mi stava per imbrattare il disco del freno dall’olio quindi l’ho fatto da solo. Ho proseguito su asfalto verso El Jadida da Massimo Manzoni ex gondoliere che ha un B&B. Durante il giorno mi sono dedicato a controllare costantemente che la pedana destra non si staccasse e a pensare il da farsi nei giorni successivi e la cosa più sensata è quella di finire il viaggio su asfalto. Dopo essermi sistemato al B&B di El Jadida la sera con Massimo ci sbaffiamo una carbonara eccezionale con del vino rosso e passiamo la serata tra un bicchiere e una chiacchiera.
Il 22 ottobre dopo aver salutato Massimo parto in direzione Casablanca che con il suo caos e traffico mi ha fatto perdere molto tempo ed avrei dovuto aggirarla, per poi dirigermi verso Kenifra e poi Midelt che sulla carta la strada è asfaltata ma che in realtà si è rivelata, causa lavori, sterrata per parecchi chilometri e questo mi preoccupava per le condizioni della pedana destra, ma ho superato bene tutto il lungo tratto anche se ho preso un paio di svirgole dovute ai parecchi centimetri di grossa ghiaia che mettono sul fondo prima di asfaltare. Successivamente imbocco una strada bella piena di curve sulle montagne e passo a soli 80 km da Midelt, il posto dove la settimana prima avevo incontrato i tre Belgi. Ho dovuto scegliere se andare verso Meknes o Fes, due strade quasi parallele sebbene a parecchi chilometri l’una dall’altra, ed ho deciso per la prima perché mi sembrava fosse più facile trovare distributori di benzina e perché sulla carta avevo visto che quella strada passava per la foresta dei cedri e quel luogo mi aveva incuriosito. Sapevo, per averlo letto in alcuni racconti di altri viaggi, che in zona ci sono le scimmie di montagna ma non esattamente dove si trovavano e così ci sono capitato per caso, la foresta si trova a quasi 2000 metri di quota e si possono ammirare le scimmie che sono quasi addomesticate dai turisti da cui accettano del cibo, ma che sono comunque diffidenti e rimangono ad una certa distanza.
Ho raggiunto Meknes nel primo pomeriggio e quindi troppo presto per fermarsi, quindi dopo una rapida occhiata alla carta ho realizzato che potevo aggirare la città senza infilarmi nel traffico ed ho proseguito in direzione Fes, anche qui come nella precedente città sono stato avvicinato dai soliti procacciatori di hotel a buon prezzo o che si offrono di fare da guida. Fatto il pieno di benzina mi sono diretto verso l’uscita della città ma dopo pochi chilometri mi sono accorto che mi stavo dirigendo verso il nulla, il paesaggio circostante mi dava quella sensazione di deserto, quindi sono tornato indietro a Fes.
Mai decisione fu più saggia, appena rientrato in città mi accorgo che sul davanti qualcosa non va, controllo e scopro di aver bucato! E’ la terza volta che vengo in Marocco ed è la terza volta che foro la ruota anteriore sempre su asfalto e nel viaggio di ritorno a poca distanza da Tangeri, tutte circostanze similari, incredibile da credere. Alla prima stazione di servizio gonfio la ruota e mi metto a cercare un gommista per sostituire la camera d’aria, ma il compito si dimostra arduo, la maggior parte non vuole farlo, probabilmente perché bisogna stallonare la gomma a mano ed è molto faticoso. Dopo averne girati alcuni ne trovo uno che acconsente a fare il lavoro, mentre il gommista mi cambia la camera d’aria arriva un siciliano in SUV per cambiar le gomme, vedendo che sono italiano scambiamo due chiacchiere e mi racconta metà della sua vita e che si trova in Marocco per lavoro. Gli chiedo se conosce un buon hotel in zona a buon mercato e appena finito il lavoro sulla sua auto mi accompagna in un hotel poco distante di cui conosceva il proprietario.
L’unica pecca di questo hotel è che ho dovuto lasciare la moto fuori sul marciapiede ma comunque sorvegliata da un custode a cui elargisco un paio di dirham per tutta la notte e naturalmente la lego con l’immancabile catena. Mi sono fatto un giro per la città che ho riscontrato gradevole e moderna nelle sue strutture con una zona pedonale molto bella nel centro della città.

Il 23 ottobre è l’ultimo giorno di avvicinamento a Tanger Med per prendere il traghetto del ritorno. Volevo farlo percorrendo una strada che avevo tracciato in fase di preparazione del viaggio, ma che era in senso contrario da nord a sud. Ad una rotonda all’altezza di Chefchaouen mi fermo per controllare le indicazioni stradali sulla carta e si avvicina un giovane che con circospezione mi offre dell’hashish, rifiuto ma il tizio si fa insistente tanto che sono costretto a ripartire per togliermelo di dosso.
La strada era un po’ tortuosa, ed arrivato ad un terzo le indicazioni stradali davano nomi di paesi che sulla carata non esistono quindi chiedo informazioni a gente del posto ma nonostante gli faccia vedere la carta stradale non riuscivano a darmi indicazioni utili o io non li capivo. Alla fine, un poliziotto mi dice in inglese che per arrivare nella zona che voglio devo tornare indietro perché quella strada non esisteva più!!!
Torno sui miei passi e nel frattempo ho superato di un bel po’ i 200 km percorsi, ad un paese trovo benzina fatta dalla tanica a prezzo maggiorato del 20% e faccio il rabbocco con una decina di litri, quanto basta per uscire dal budello in cui mi ero infilato.
La strada successiva ha lacerato la mia pazienza, un centinaio di km molto tortuosi sulle montagne e un fondo che, seppur asfaltato, sembrava di essere sulle onde del mare, un continuo toule ondulè fastidioso che non permetteva di avere una velocità decente. Ad un certo punto nei pressi di un paese, sulla strada, mi sono imbattuto in due gruppi numerosi di persone festanti distanti tra loro alcune centinaia di metri che occupavano tutta la sede stradale, le donne tirate a lucido con vestiti molto colorati e sgargianti che circondavano un’altra e le facevano festa, mentre gli uomini suonavano, cantavano e ballavano, credevo di aver ripreso il tutto invece la Sony attaccata al casco era in modalità foto ed il primo evento non sono riuscito a riprenderlo, essendomi accorto in tempo sono riuscito a riprendere il secondo. In tutti e due i casi mi ero accostato sul lato della strada e spento la moto per non dar fastidio attendendo il passaggio di tutta la gente. Mentre nel primo caso tutto il corteo è sfilato tranquillamente ed ho potuto riprendere la mia strada, nel secondo le persone erano troppo allegre e si sono avvicinate in maniera troppo “festante” ed invasiva chiedendo soldi. Ho avuto l’impressione che i più esuberanti fossero sotto l’effetto di qualche stupefacente, quindi ho acceso la moto e dato un paio di sgasate, un’azione che ha fatto allontanare la gente ed aprire un varco per farmi passare e riprendere la strada.
L’ultimo giorno l’ho passato al porto in attesa dell’imbarco ed effettuare tutte le operazioni doganali che sono più semplici e sbrigative rispetto a quando si arriva.
E’ stato un viaggio diverso dai precedenti, ho appreso cose nuove di cui far tesoro, non dare mai nulla per scontato, che l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, che viaggiare da soli ha vantaggi e svantaggi, ma la cosa fondamentale è che quando viaggio con la mia moto mi sento libero nel corpo e nella mente, vedo il mondo con occhi diversi, vivere ogni giorno l’odore del vento, il sogno ad occhio aperti che diventa realtà.
Per tutti questi motivi, appena tornato, la mia mente corre sempre alla ricerca del prossimo viaggio. SARA’ QUESTO IL MAL D’AFRICA?

Foto e testo: Efesto Moros

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