Harditaroad 2019: profumi e cartoline dalle vie degli arditi

COS’È L’HARDITA ROAD
Come dice il nome è una manifestazione Hardita, di gran lunga la più impegnativa del calendario de “le vie di lupi e bisonti”; una due giorni lunga lunga lunga da affrontare con la certezza che si tornerà con le chiappe doloranti per le tante ore in sella e non stupisce infatti che tra i partenti ci siano dakariani del calibro di Birbes, Metelli o Winkler .

È poi una manifestazione pressoché unica per i posti attraversati dal momento che fare fuoristrada sulle dolomiti non è scontato né tantomeno comune.

Le tre edizioni precedenti consistevano in una Non-stop di due giorni e 900km da Trento a Trieste sulle vie degli arditi della prima guerra mondiale in occasione del centenario dell’evento bellico; quest’anno si cambia formula con un percorso ad anello molto più comodo per organizzatori e partecipanti.

LA MIA HARDITAROAD 2019
La mia Harditaroad 2019 inizia con la voglia di fuggire dal caldo asfissiante della capitale verso un nord che speravo fosse fresco o magari addirittura freddo. All’arrivo nella meravigliosa corte del Castello Inferiore di Marostica ci accoglie invece una cappa indicibile che ci fa sudare anche solo per fare le iscrizioni.

Ci incontriamo con i ragazzi del motoclub che ci offrono subito un aperitivo di benvenuto mentre le moto sono parcheggiate sulla celebre piazza degli scacchi in una cornice davvero pregevole. L’indomani si parte presto, l’appuntamento è alle 7 di mattina e non potrebbe essere altrimenti visto il chilometraggio abbondante della prima tappa.
Riusciamo a passare sotto il gonfiabile della partenza alle 7e30 già ultimissimi ed iniziamo a salire abbandonando l’afa del fondo valle ed andando incontro all’aria finalmente respirabile dell’altopiano d’Asiago.
Lungo il percorso troviamo malghe che ci offrono un ristoro, pascoli tagliati di fresco con cura maniacale e qualche sasso smosso a farci divertire.
In un saliscendi tra alpeggi e paesi in quota troviamo la celebre architettura di montagna fatta di campanili e tetti disegnati per una neve che oggi è solo un miraggio agognato con ogni forza durante questi due giorni roventi di luglio.
Cambiamo di valle ripetutamente, ogni scollino è suggestione con le cime che si scoprono pian piano, chilometri interi percorsi in costa sul fianco della montagna.
Proseguiamo fino al ristoro al rifugio Barricata dopo aver transitato al monte Fasolo ed aver visto in più punti i segni della ferita lasciata dalla tempesta “Vaia” che con una potenza incomprensibile nell’autunno scorso ha abbattuto boschi secolari pettinando al suolo migliaia di robusti fusti.

Dopo il ristoro si riparte e ci si sposta verso est traversando il “Col Moscheren” ma non indugiamo in molte foto, sono infatti ancora tanti i chilometri da percorrere. Scendiamo verso il Piave, fiume sacro alla patria come ricordano i cartelli, e lo costeggiamo fino a Longarone passando ai piedi della diga del Vajont prima di risalire a Pieve di Cadore punto di arrivo del primo giorno dopo 370 lunghi chilometri.
Ceniamo alla spicciolata nel palazzetto dello sport e dopo la cena i più stoici, ancora non appagati partono per la notturna: 70 ulteriori chilometri facoltativi con partenza alle 23e30 e ritorno appena in tempo per schiacciare un pisolino ristoratore prima della partenza il giorno dopo.

La domenica salgo in moto, ma dopo i km del giorno prima le natiche non sono propriod’accordo, rimpiango la sella comoda e morbida di un bicilindrico ma partiamo per una giornata coronata con un passaggio sul Monte Grappa assolutamente eccezionale. La domenica ci regala salite e discese su questa roccia bianca e pallida su cui sono state compiute imprese alpinistiche e militari che hanno scritto ampie pagine sui libri di storia.
Non di rado, nel bosco come per strada, compaiono indicazioni effigi o cartelli che suggeriscono la sosta in qualche sacrario militare ed è ovvio: viaggiamo in un nastro di terra comprese tra il Grappa ed il Piave, non serve essere professori di storia per capire che questa è proprio la via degli Arditi.
Siamo in moto in un una nicchia di mondo patrimonio dell’UNESCO, anche le strade asfaltate, a cui sono notoriamente allergico, ci emozionano portandoci dal fondo valle fin sotto queste catene montuose, salendo fino quasi a solleticare le cime vertiginose di questi giganti di dolomite.

L’arrivo è alle cantine Iomazzucato dopo 260km; aperitivo, pranzo e consegna degli attestati di partecipazione. L’HDR 2019 è terminata!

Questa edizione ha saputo regalarci splendide cartoline, ma io dalle dolomiti porto a casa il ricordo degli odori del bosco, fatti di quelle ombre umide di abete contornate dal profumo di larici tagliati dai cui spazi lasciati vuoti la luce filtra nel sottobosco a disegnare figure nella polvere sollevata dalle ruote di chi ti precede.

Gerry, Nicola e tutto il Motoclub Anni Ottanta devono essere orgogliosi di questa edizione, la tempesta “Vaia” che ha sbattuto migliaia di alberi sul fianco delle montagne non ha abbattuto questi ragazzi che, da bravi veneti, si sono rimboccati le maniche e sono riusciti a portare 120 motociclisti su un territorio che, nonostante la tempra degli abitanti che lo vivono, ha bisogno di qualche aiuto per tornare in forma come è sempre stato.

Certo questi problemi hanno necessariamente causato dei tagli di percorso che non possono certo far annoverare la HDR 2019 tra quelle manifestazioni “a zero asfalto” e chi come me inizia a grattarsi alla vista del bitume avrà fatto qualche fatica a digerire i trasferimenti che invece, sono sicuro, avran fatto piacere a chi, un po’ meno allenato, ha voluto comunque completare tutti i 700km del percorso.

Testo e foto: DarioLupini

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